Il 28 Agosto ricorre il 53° anno della morte della Madre Maria Ildegarde Cabitza di Gonnosfanadiga. Insieme a Peppina (Giovanna) Dore di Orune e alla Beata Gabriella Sagheddu di Dorgali, tutte conterranee della Sardegna, rappresentano figure di spicco nel rinnovamento spirituale femminile, in particolare del monachesimo femminile italiano del ‘900 sotto la luce di San Benedetto.

Maria Ildegarde Cabitza (al secolo Leonilda o Nilda), nacque a Gonnosfanadiga (Sardegna) il 26 Aprile 1905. Di famiglia benestante, il padre medico condotto, ha potuto compiere gli studi superiori, allora non facilmente accessibili alle ragazze. Ebbe una significativa formazione culturale che, insieme ad una profonda formazione spirituale, la rese in grado di svolgere la sua futura missione di madre e maestra in seno alla comunità monastica. Si formò all’apostolato e alla vita spirituale nelle file dell’Azione Cattolica Italiana. Con Benedetto XV nel 1918 era nata la GF, il ramo della gioventù femminile dell’ACI. Leonilda, di vivacissima intelligenza, si iscrisse all’Università di Roma nella Facoltà di lettere. Fece parte della GF e della FUCI partecipando efficacemente alle diverse iniziative di apostolato. Il 21 Dicembre del 1926 sostenne brillantemente l’esame di laurea in lettere con una tesi su Le memorie monumentali dei principali personaggi della Chiesa nel secolo III, che fu pubblicata nel Bollettino Liturgico. Frequentò poi la Scuola Diocesana Superiore di Cultura Religiosa. In seguito si iscrisse alla Facoltà di Filosofia, intimamente convinta che, oltre all’utilità per la propria formazione, fosse di aiuto ad una più profonda conoscenza di Dio. Nello stesso tempo si andava delineando in lei l’ideale di una vita di consacrazione a Dio, sotto la guida spirituale di mons. Belvederi di Bologna, professore e guida spirituale di studenti ed universitari cattolici. Grande influsso ebbe l’incontro con l’abate Emanuele Caronti, pioniere del movimento liturgico italiano. Infatti dopo un corso di esercizi spirituali, tenuto dallo stesso abate E. Caronti a Castel Gandolfo nel luglio 1928, divenne chiaro il suo orientamento verso la vita monastica. Il 27 Marzo 1930 Nilda annuncia, con una lettera ai genitori il suo prossimo ingresso in monastero e interrompe la sua collaborazione con la rivista diretta dall’abate E. Caronti, il Bollettino Liturgico. Il 26 Giugno 1930 entrò nel monastero Benedettino di S. Antonio di Eboli. Alcuni mesi dopo, l’11 gennaio 1931 fu inviata, con altre due novizie tra cui Emmanuella Moretti (che divenne la nuova Abbadessa), a S. Paolo di Sorrento, seguita poi da Marzia Pietromarchi, amica e socia nell’apostolato laicale, che diventerà inseparabile compagna di Nilda nella vita monastica. Si trattava di ridar vita a un monastero abitato unicamente da una monaca ottantenne e da tre converse. Il 17 novembre 1931, consegue la seconda laurea con una tesi su Il valore pedagogico della Regola di San Benedetto, poi pubblicata nel 1933. Il 13 gennaio 1932 emise la professione religiosa monastica, prendendo il nome di Maria Ildegarde. Nel 1931 il fascismo sopprimerà le organizzazioni giovanili dell’ACI presso la quale Leonilda aveva svolto un attivo apostolato. Ben presto la comunità monastica di Sorrento rinacque e divenne fiorente di nuove vocazioni. Su richiesta dei visitatori dell’Ordine, si trattava di attuare dei trasferimenti da comunità più fiorenti ad altre in grave crisi vocazionale. Fu così che in piena guerra mondiale, madre Ildegarde Cabitza assieme alla consorella Pietromarchi lasciarono Sorrento, inviate dalla madre Moretti a riformare e rinnovare l’antico monastero di Rosano (fondato nel 780), presso Firenze e vi assunse il ruolo di Abbadessa. Furono accolte con gioia ed affetto dalla gente del posto. Grande era il lavoro da fare. Madre Ildegarde scriveva in una lettera da Rosano del 21 novembre 1942:”Te lo puoi immaginare un vecchio, immenso Monastero che aspetta di riprender vita e dove tutto è da rifare, non materialmente, ma spiritualmente e intellettualmente? Il posto è molto bello e il Monastero pure… c’è un lavoro immenso da fare…, ma sono serena e intimamente piena di pace.” La guerra le costrinse ad abbandonare il monastero e quando vi rientrarono lo trovarono desolato dai bombardamenti e saccheggiato. Con grande slancio intraprese le opere di restauro del monastero gravemente danneggiato. Ma tutte le sue energie erano tese al rinnovamento della vita monastica portandola all’autenticità della vita cristiana sotto il segno di San Benedetto. Si realizzò così il suo sogno: quello della clausura regolarmente stabilita. Quel sogno espresso ai genitori quando era ancora studentessa:”Abbiamo pensato ad un ordine nuovo, ripeto nuovissimo per l’Italia. Una casa di preghiera, di studio, di pace, di dove attraverso lo studio intenso e profondo, soprattutto con pubblicazioni, con corsi, con lavoro continuo si potesse diffondere nel campo femminile il pensiero cristiano. Insomma abbiamo avuto un sogno grande: quello di ricondurre la vita religiosa femminile a tutta la sua altezza, di fare che i monasteri, oggi così spesso immiseriti e ridotti da far pietà, tornassero ad essere fari di santità e di civiltà così come erano nei tempi antichi, quando hanno saputo dare alla Chiesa e al mondo le donne più grandi […] L’Ordine dei Benedettini era l’unico capace di capire e di apprezzare il progetto […].” Tutto questo si andava realizzando fino a portare la comunità di Rosano ad essere un modello, tra le più fiorenti dell’Ordine. Dotata della capacità di formare ed educare spiritualmente, fu “madre” e “maestra” in seno alla comunità monastica e verso quanti a lei si rivolgevano. Ebbe la grazia e la consolazione di un grande segno prodigioso nel suo Monastero: la lacrimazione della statua del Sacro Cuore. Durante il canto dei Vespri il 4 aprile del 1948, si osservò per la prima volta che dagli occhi della statua del Sacro Cuore scendevano delle lacrime. Nel giugno dello stesso anno si verificò un altro prodigio impressionante e insperato: la effusione di sangue. Questi fatti si verificarono ripetutamente tra il 1948 e il 1950. I fatti sono confermati dalle religiose e in particolare da Madre Ildegarde Cabitza Abbadessa del Monastero. Madre Ildegarde tenne sempre in grande considerazione, unitamente al lavoro manuale, l’attività intellettuale. Pubblicò diverse opere:Cercate il Signore, Dono che non finisce, L’ascolto del monaco, Parole più su della terra, Pietre congiunte, San Benedetto, Studium orationis. Nel 1955 diede vita al bollettino Beata pacis visio. Il 12 aprile 1956 fu eletta prima presidente della Federazione dei Monasteri Benedettini della Toscana. Morì in concetto di santità nel Monastero di Rosano il 28 agosto 1959 all’età di 54 anni.

La statua del Sacro Cuore dell’Abbazia di Rosano che Lacrimò e sanguinò dal 1948 al 1950

In questa Abbazia si trova e si venera una statua del Sacro Cuore di Gesù in grandezza naturale che sanguinò e lacrimò in diverse occasioni. La statua venne donata alla chiesa da una pia persona, in adempimento a un voto fatto durante il secondo conflitto mondiale. Il 4 aprile del 1948, giorno in cui quell’anno cadeva la Domenica in Albis, alla sera, durante il canto dei Vespri in chiesa, i presenti videro la statua del Cristo lacrimare. Non furono solo le monache a trovarsi testimoni oculari dell’evento prodigioso ma anche sacerdoti e laici che partecipavano alla cerimonia. nel giugno dello stesso anno la medesima statua si produsse in una effusione di sangue. Tali fatti si verificarono ripetutamente tra il 1948 e il 1950 e sono avvalorati da numerosi testimoni oculari, dalle Monache stesse e in particolare dalla Rev. Madre Abbadessa M. Ildegarde Cabitza di v.m. Si conservano manutergi e purificatoi imbevuti di sangue, le analisi mediche del sangue stesso e le testimonianze giurate di tutti quelli che videro il prodigio (sacerdoti, predicatori e visitatori occasionali). Tra i testimoni oculari del tempo, l’abbadessa Maria Ildegarde Cabitza e Mons. Angelo Scapecchi, poi diventato vescovo ausiliare di Arezzo. Il vescovo mons. Giovanni Giorgis, dopo avere concluso l’inchiesta, mandò gli atti all’allora Sant’Uffizio, che inviò un Visitatore, P. Luigi Romoli o.p., che interrogò personalmente tutte le monache imponendo alla comunità il più assoluto silenzio e, fece rimuovere la statua per ulteriori esami. La statua in questione, rimossa nel novembre del 1950, fu riportata al suo posto solo nel 1952. La comunità visse con intima gioia questi avvenimenti prodigiosi della lacrimazione e del sanguinamento della statua, non fu distolta dalle occupazioni quotidiane, ma al contrario la vita monastica proseguì più intensa secondo il motto benedettino Ora et Labora. In questi fatti videro un segno concreto dell’appello d’amore del Cuore di Gesù alla fedeltà, alla preghiera, alla riparazione. La Comunità Benedettina del Monastero e la Diocesi ogni anno fanno particolare memoria di questi fatti nella chiesa dell’Abbazia in occasione della Solennità del Sacro Cuore.